CONSACRAZIONE MONFORTANA - Figli dell’Alleanza – Schiavi d’Amore – Liberi e Pieni di Spirito

CONSACRAZIONE MONFORTANA - Figli dell’Alleanza – Schiavi d’Amore – Liberi e Pieni di Spirito

CONSACRAZIONE MONFORTANA Figli dell’Alleanza – Schiavi d’Amore – Liberi e Pieni di Spirito (p. Mario Belotti, smm) Ez 37:21-28 Rm 6:16-23 Gv 19:25-27 Nel 1960, quando stavo al seminario minore dei Missionari Monfortani – allora chiamato Scuola Apostolica – il mio direttore spirituale mi aveva preparato privatamente all’atto di consacrazione a Gesù per le mani di Maria. Quando giunse il giorno stabilito, il 2 febbraio, mi disse: “Questo per te è il miglior giorno per morire!”. E mi diede questa ragione: “Oggi Maria si fa totalmente carico di te e t’immerge nella totalità di Cristo, il fine ultimo della tua vita. Perciò, se muori oggi, vai diretto in paradiso!” Stranamente, non mi rifece lo stesso augurio nei giorni della mia professione religiosa e della mia ordinazione sacerdotale. Infatti, sempre nel 1960, nel giorno della mia consacrazione, mi disse, “Ciò che stai facendo oggi non viene fatto neppure nella professione religiosa o nell’ordinazione sacerdotale”. “Oggi Maria si fa totalmente carico di te e t’immerge nella totalità di Cristo, il fine ultimo della tua vita”. Il profeta Ezechiele chiama questo processo d’immersione in Dio “alleanza perfetta”. Parafrasando il profeta, sembra che Dio voglia dire: “Tu non sarai più diviso dentro di te … Stabilirò con te un’alleanza di pace … Costruirò dentro di te il mio santuario per sempre …”. Il processo di crescita umana sostiene l’idea di dover realizzare unità, integrazione e completezza dentro di sé. Gli psicologi dicono che quando il sé ideale e il sé reale sono troppo distanti l’uno dall’altro, la persona soffre di “conflitti o divisioni interne”. Unità e interezza sono possibili solo quando uno cresce in autostima; infatti è solo la considerazione positiva di sé che può ridurre lo stacco, la divisione, e che unisce il sé ideale al sé reale. San Paolo, nella lettera ai Romani, afferma enfaticamente che, per noi cristiani, Gesù è la “nuova e perfetta alleanza” che realizza unità e pienezza sia nelle persone singole sia nella comunità umana. Questa alleanza unisce in modo tale che non si limita ad una stretta di mano, ma realizza una immer- sione. Non è un semplice contratto firmato da due persone che rimangono separate o sedute sui lati opposti di un tavolo; si tratta piuttosto di una “fusione” vicendevole, significativamente descritta con l’espressione monfortana, “schiavitù d’amore”. Può sembrare strano, ma per poter capire quanto significativa sia questa espressione, schiavitù d’amore, dobbiamo innanzitutto comprendere il suo contrapposto negativo, come afferma San Paolo: “Una volta eravate schiavi del peccato…” (Rm 6,17), cioè, eravate spiritualmente morti. Dal tempo della “rivoluzione culturale” del 1968 – che ha messo in questione i paradigmi tradizionali della società, specialmente nel campo della educazione – le espressioni “schiavitù del peccato”, “essere schiavi di cattive abitudini” o semplicemente la parola “schiavitù” hanno fatto arricciare il naso a tante persone sia nel mondo civile che nei circoli accademici ed ecclesiastici. In realtà, la società non si è mai liberata dalla schiavitù; l’ha piuttosto sostituita con altre parole come tossicomania, compulsione, costrizione, ossessione, ecc. Gli effetti sono stati e ancora sono gli stessi: droga, alcol, deviazioni e abusi sessuali, fanatismi ideologici e religiosi distruggono la dignità e la libertà umana; schiavizzano e uccidono le persone in tutti i sensi. In verità, la “schiavitù” è ancora in mezzo a noi e prende le forme di schiavitù sessuale delle donne e dei minori, schiavitù del lavoro, schiavitù della migrazione, schiavitù della povertà, ecc. Perché dico questo? Perché, come cittadino di questo mondo e testimone di quest’epoca della storia, io devo ricordare a coloro che considerano fuori moda la parola “schiavitù” che in realtà non lo è e che è praticata oggi come non mai nelle forme più negative e devastanti. Nello stesso tempo, come Monfortano, devo ricordare al mondo che la redenzione e la completezza di vita provengono da un altro tipo di “schiavitù” che non è “schiavizzante” ma “liberante”, che non brutalizza ma divinizza. Questa è ciò che San Luigi da Montfort chiama la “schiavitù d’amore”, e Paolo la “schiavitù che ci giustifica nel modo più assoluto davanti a Dio”. Mentre un peccatore, un alcolizzato o un drogato nega di essere uno “schiavo del peccato” o uno “schiavo dell’alcol e della droga”, un innamorato invece è felicissimo di potersi dichiarare uno “schiavo d’amore”. Senza dubbio, la definizione che noi Montfortani diamo di noi stessi – “schiavi d’amore”, appunto – viene facilmente capita da chi ha una sincera familiarità con l’esperienza dell’innamoramento. Secondo San Paolo, è il Battesimo che ci fa “schiavi della vera giustizia” o “schiavi di Cristo”. Infatti, attraverso il Battesimo, noi rinunciamo a tutto ciò che ci rende schiavi del peccato e scegliamo di essere “innestati in Cristo”. Il risultato di questo processo ricompensa la persona con il dono della “vita eterna”: “il vostro destino è la vita eterna”, afferma San Paolo (Rm 6,22). D’altra parte, secondo Montfort, il vero scopo o obiettivo della nostra schiavitù d’amore è solamente la “gloria di Dio, di Cristo e di Maria”. Più specificamente, è la “semplice gioia di poter onorare e servire la gloria di Dio attraverso Gesù e Maria” (VD 121). Perciò, la nostra consacrazione è un atto di amore incondizionato, un totale, assoluto e definitivo dono di se stessi a Cristo, senza alcuna riserva o pretesa di avere diritto a delle particolari ricompense. Non si può dare più di così! Infatti, Montfort dice: “Con tale forma di devozione si offre a Gesù Cristo, nel modo più perfetto, cioè per le mani di Maria, tutto quanto gli si può dare e molto più che con le altre forme di devozione, nelle quali si dà solo una parte o del proprio tempo, o delle buone opere, o delle soddisfazioni e mortificazioni. Qui, invece, tutto viene dato e consacrato, perfino il diritto di disporre dei beni interni e delle soddisfazioni che si guadagnano di giorno in giorno con le buone opere. Ciò non avviene in nessun istituto religioso. In questi si danno a Dio i beni di fortuna col voto di povertà; i beni del corpo col voto di castità; la propria volontà col voto di obbedienza… Non si danno, però, la libertà e il diritto naturale di disporre delle proprie buone opere e nemmeno ci si spoglia totalmente di quel che il cristiano possiede di più prezioso e di più caro: i propri meriti e le proprie soddisfazioni. Chi si è consacrato e sacrificato volontariamente a Gesù Cristo per le mani di Maria, non può disporre del valore di alcuna delle sue buone opere. Tutto ciò che soffre, tutto ciò che pensa, dice e fa di bene appartiene a Maria ed ella può disporre secondo il volere del Figlio e alla maggior gloria di lui… ” (VD 123-124). Qui s’impone una domanda: non si riceve proprio nulla in ritorno? In verità si riceve in abbondanza. Montfort dà una lunga lista di effetti (ve ne sono sette in particolare – VD 213-225) ma, per il nostro scopo, vorrei sottolineare tre affermazioni o tre effetti positivi della consacrazione sulla nostra vita. Primo, “la schiavitù d’amore” ci premia dandoci un senso profondo di libertà che proviene dalla consapevolezza di essere totalmente immersi in Dio …” (VD 169). Secondo, “la schiavitù d’amore” ci rende persone che vivono nell’amore e che si sentono costantemente innamorate. Terzo, “la schiavitù d’amore” ci rende uomini e donne rivestiti di “fuoco spirituale” e di “zelo apostolico” (cf. PM). Non si tratta del fuoco o zelo dei demagoghi politici, ma del fuoco e zelo delle persone innamorate, di quei missionari posseduti dalla passione del vero amore. Non tutti possono capire questo insegnamento. Infatti, è un “segreto”, una “speciale rivelazione” che solo lo Spirito può dare. Per usare le parole di Montfort, “Alcuni si fermeranno a ciò che questa devozione ha di esterno e non andranno oltre, e questi saranno i più. Altri, in piccolo numero, entreranno nel suo interno, ma non saliranno che un gradino. Chi salirà il secondo? Chi giungerà fino al terzo? E, infine, chi vi dimorerà in modo stabile? Soltanto colui al quale lo Spirito di Gesù svelerà questo segreto. Lo stesso Spirito introdurrà in questo segreto l’anima molto fedele, perché avanzi di virtù in virtù, di grazia in grazia, di luce in luce, e giunga alla trasformazione di se stessa in Gesù Cristo ed alla pienezza della sua età in terra e della sua gloria in cielo” (VD 119).

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